Grazie

Sapete questo palazzo è un pò più vuoto. Molto di più dal mio punto di vista. La mia vicina, una splendida signora che ho sempre visto sorridere, anche quando parlava di qualcosa di triste, non c’è più. Una volta mi stavo scusando per il baccano che faccio e lei mi disse che in fondo sentire che c’è qualcuno dall’altra parte fa compagnia. Era così anche per me. Vivevamo soli, accanto. E lei sola c’è morta ed io da questo lato del muro rimango a poter fare tutto il baccano che voglio. Ma… avreste dovuto conoscerla. Una grande persona. Aveva sempre un sorriso…

Grazie signora Renata

Quo vadis I

Da uno spunto reale all’insensataggine. Ormai è un morbo.

Oggi sono tornato a perdermi, sapete? E ho camminato, ho incrociato vie che non conoscevo. Sono finito in un parco
a consumare porcherie e valanghe di bibite ultra-gassate (no, oggi niente alcol). Guardare la gente e le scritte.

"Come ai vecchi tempi dici?"

"No, non voglio continuare a stordirvi con le solite storie sui vecchi tempi. E’ solo che, ho visto un barlume sai?
Ho visto la gente passeggiare con i cani ed anche le scritte, fatte con la vernice rossa. Se fossi passato e mi
avessi visto. In un parco, con la mie patatine avresti detto, cazzo, questo è vivo, respira. Avresti avuto almeno
il dubbio"

"E questo è molto?"

"E’ più di quello che ho avuto altri giorni"

"Cosa conti di fare?"

"Girare, non che sappia bene cosa intendo ma, vagare. Non è in questa stanza che le cose accadono"

"Non è un pò come una volta?"

"Oh, no. E’ diverso. All’epoca esploravo. Dovevo conoscere ora è in qualche modo diverso, sai devo riprendere l’allenamento.
E poi c’è dell’altro"

"Di cosa si tratta?"

"C’è che una volta ero in un gruppo, in un clan"

"Perchè non mi chiami qualche volta?"

"Non sento di avere la confidenza sai, non me la sento di dirti senti andiamo a farci un giro, capisci che intendo? Io ne ho
voglia ma tu? Non lo so. Capisci? Non è che io sappia che tu non vuoi è che non lo so"

"Forse non ci conosciamo più come una volta"

"No, direi di no. Non fraintendermi, so un sacco di cose di te e tu di me. E cazzo ti ammiro un casino ma vedi è un’altra
fase. A diciott’anni quando si parlava si dicevano le stesse parole. Si pensava la stessa cosa. Ora ognuno è cresciuto,
ognuno ha la sua storia, no? Voglio dire è un pò così: siamo come due alberi di mele, siamo tutti e due alberi e dello stesso
tipo no, gli altri magari sono peri del cazzo o banani o peschi di sta minchia e noi, siamo di un certo genere, però
poi sai io magari cresco in un modo e tu in un altro. Io ho più foglie e tu più mele o quel genere di cazzate lì"

"Te sei scemo. Ed io non sono un cazzo di fottuto albero"

"Forse dovremmo solo bere. Beviamo troppo poco"

"Una birra?"

"Tequila. E non voglio sentirti dire che ti fa sboccare. Dobbiamo resettare la lista degli alcolici che fanno sboccare
l’uno o l’altro. E’ quello che ci ha fottuti, non potevamo bere più nulla!"

E poi

Oggi sono andato sul piccolo balcone di camera mia, ho capito che non c’è ghiaccio che mi incateni qua dentro. Poi mi sono voltato alla mia sinistra, verso l’appartamento della mia vicina. Speriamo che vada tutto bene… non ho ancora capito che sia successo. Poi mi sono girato alla mia destra e c’era un vecchio che come me si godeva l’aria e guardava fuori. Era abbastanza lontano, di sicuro vive nell’altra scala del palazzo. Quasi quasi gli offrirei una birra.

Ok, alcune cose sono molto oscure e nel complesso non c’è nulla di sensato ma voi davvero vi aspettavate qualcosa di diverso?

Prima o poi vi devo parlare del libro di Paolo. Fantastico.

Ore lente

A me non dispiace scrivere. Cerco di
farlo. Esercizio, ce ne vorrebbe tanto. Bè se mi lasciate qualche
commento dicendo dove le cose sono meno comprensibili o più ributtanti
potrebbe essere utile.

Sabato mattina. Ore lente, ore rubate al normale procedere della vita, messe in un angolino, dove
parole come "produttività" non hanno senso, dove "starsene con le mani in mano" è motivo d’orgoglio.
Sono ore lente, tutto sembra prendersela comoda, rallentare, in questo tempo che non ha coscienza di
un contesto più grande, di essere parte di un tutto che ignora (ed è ricambiato in queste mattine di vuoto).

E’ in questo genere di momenti che… ti tuffi in uno dei tuoi passati. Sperando di trovare cosa, poi?
Osservare sè stessi, potersi finalmente godere quegli eventi senza l’eccessivo e poco intellettuale coinvolgimento
dell’accadere.

Per un attimo le cose sembrano accelerare. Note nell’aria. Ritmo e canzoni che ti sei fatto entrare dentro.
Questa è la mia colonna sonora, questo è ciò che sono. Un paio di scarabocchi sullo spartito di uno sconosciuto
mi descrivono meglio delle parole di amici d’infanzia. Sembrano dipingere il mio esistere con una precisione
così accurata da spaventarmi. Non ricordo, non sono in grado di distinguere se sia stato io ad abbracciare
quelle canzoni fino a fondermi in esse o se siano state loro ad adattarsi alla mia pelle. Una verità, se c’è, che
è stata sepolta da avvenimenti e distrazioni. Perduta insomma, come sempre, no?

"If there’s one thing I can gain from this, or anything at all"

Come sono vaghi i dettagli che un tempo sembravano costituire il sale della vita (o almeno delle mie giornate).
Mi sforzo, sapete, ma davvero mi sfugge quel volto. E che dire di quel luogo e di cosa vi accadde; perchè ricordo
solo particolari, insignificanti, perdiana, se è vero che so ancora distinguere, se lo sono mai stato. Si tratta
di cose senza senso, i colori, ci credereste? Ricordo quei colori, un vestito, "da sera" dicevi. A me questo
genere di cose non sono mai importate. Sul serio. Nel viverle le avevo già dimenticate ed ora mi pugnalano
alla schiena. A che serve ricordare il colore di un vestito? Starà riposando in qualche armadio? Sarà finito
nella stanza di una cugina? L’unica cosa che so per certo è che poco, molto poco dopo ero ad affrontare fra me
e me una giornata d’estate, la portiera aperta da cui si facevano largo le stesse note. Birra fra le mie mani,
sigaretta fra le labbra. E giù a "ridere di te". E chi può dirlo se ti avevo già dimenticata, a cosa ho
dato importanza e cosa ne ha ora. Ma tu chi sei? Chi eri? A me è mai importato? Il dubbio, scioccante nella sua
violenza, è che a me importasse davvero di un vestito azzurro. E non sono bastate mille e mille giornate d’estate
a capirlo. E il mio cercare di ricordare assomiglia sempre più a un ronzio.

"The change of heart kills my infatuation"

ma è davvero così?

Purtroppo anche le canzoni finiscono e questa torna ad essere solo una mattinata, vuota. Sprecata, direbbero.

"Say baby you been lookin’ real good

I remember when we met"

Chiacchere notturne (e il Teorema del televisore)

Qui parlo principalmente del gruppo
di amici con cui esco la sera, una sorta di lettera aperta o sussurri
notturni, come preferite…

Forse è solo che è tardi e le mie parole sono dovute alla stanchezza,
forse è solo che sono qua con la mia tazza grande, la mia mug, colma di
un tè… bè mi conoscete, colma di un tè ultra-scadente.

Il mio umore cambia spesso, però da diverso tempo a questa parte c’è un
motivo in meno per i miei malumori pseudo-occasionali. Negli ultimi
mesi mi sono accorto che sono sempre più soddisfatto di me. Mi accetto.
Sono convinto delle scelte che ho fatto e di quello che sono diventato,
sono in pace con me stesso.

A nutrire i miei cattivi pensieri invece è il come mi sento in
questo
gruppo. Non so se sia un equilibrio rottosi di recente o qualcosa che
forse non c’è mai stato ma non ho avuto il coraggio di vedere. Propendo
per la seconda, in tutta onestà. Mi sembra di non essere in cerca delle
stesse cose degli altri. Io ho voglia di emozioni, di sentirmi vivo.
Non mi fraintendete, sono legato a tutti, non vorrei "scappare" lontano
da voi nè queste mie parole c’entrano con i dissapori che ho avuto con
Sara. E’ solo che, come sempre, mi sembra di sentire il tempo che
scorre via e questo mi spinge a cercare di cambiare se quello che
faccio non mi soddisfa. E credo di non essere soddisfatto dei miei
week-end da tanti anni. Un tempo ne avrei dato la colpa un pò alla
mancanza di occasioni, un pò forse a qualcun’altro. Ora me la prendo
solo con me. Qualcuno ha presente la storia del televisore? Una sera,
nel parco vicino al nostro liceo, trovammo la torre aperta. Andammo a
recuperare un vecchio televisore vicino all’immondizia e lo
lanciammo, il tubo catodico ovviamente implose e la cosa fu per noi,
giovani e stupidi, divertente, emozionante. Anni dopo ripetemmo lo
stesso esperimento con le "ragazze" al seguito. Trascinate un pò a
forza per cercare di coinvolgerle, per far vedere che eravamo gli
stessi anche con loro. Fu patetico. Ricordo le loro facce a missione
compiuta e i loro "bè adesso andiamo?". Forse era anche che avevamo
qualche anno in più però io quando parlo del "Teorema del televisore"
mi riferisco a come sia impossibile vivere certe sensazioni se chi è
intorno a te non può condividerle. E’ qualcosa che qualcuno non
comprende, non riesce a vedere ma a me è così evidente. Ultimamente poi
sento più viva e bruciante la differenza perchè mi è capitato di
riassaporare un assaggino dei vecchi tempi all’ultimo concerto dei
bloodyguns. Il cuore del vecchio gruppo attorno a cui hanno ruotato
diversi "quarti" e "quinti" nel corso degli anni. E mi viene un pò di
malinconia a pensare che chissà quanto tempo passerà prima di sentirmi
vivo ancora per una sera… quante sere passerò come addormentato,
seduto al tavolo del Mr. Gipson o di qualsiasi altro pub che
venda birra a buon mercato. Poi certo arriverà l’estate e le uscite al
Pessina ma… ma continuerò a sentirmi un pò incatenato ad un gruppo
che vede le cose così diversamente da me. A volte ognuno parla dei
propri "tempi d’oro" e di quanto fosse irrefranabile all’epoca ma
poi… non fraintendetemi (cose che fate molto spesso) non cerco di
rivevere i miei sedici o vent’anni, non cerco di fare le cose di
allora, cerco quello spirito, quella voglia di vivere e vedere cosa
succede. Potrò essere paranoico sui check-in e un sacco di altre cose
ma, forse anche per combattere questo mio lato, ho voglia di
imprevisto. A volte parlo con uno dei membri del gruppo, a volte con un
altro, c’è chi dice di capire che intendo e condividere questo mio
sentire, c’è chi dice di non vedere le cose come le vedo io. Io sono
curioso. Vorrei capire se voi siete contenti delle cose così come
stanno. Io mi diverto anche certe sere ma a me manca un qualsiasi
brivido, a voi? Voi che cercate? Che volete?

Altre volte ho avuto di questi pensieri. Una di queste volte sono
uscito con Daniele ed altri per qualche week-end. Ci è capitato di fare
le quattro in un periodo in cui noi alla mezzanotte si levava le tende.
Mi pesava solo un pò essere fra estranei. Da un lato vorrei fare altre
cose, altre esperienze qualche sera e passare le altre col gruppo. Il
mio problema è che Daniele è via e non ho coltivato amicizie al di
fuori di questo gruppo. A volte mi sento un vigliacco per non avere il
coraggio di chiamare qualcuno che non vedo da mesi o anni e organizzare
con lui, a volte mi sento un pò un peso che si trascina ad uscire
perchè non ha alternative a disposizione. Questa settimana c’era la
possibilità di vedere Dano venerdì e ci sono rimasto male quando ho
saputo che non si era concretizzata. Forse questo week-end sarò di buon
umore, forse è la stanchezza (a krav mi hanno anche dato una bella
botta in testa con un coltello di legno, sapete?). Magari cercherò di
essere il solito giullare, di fare qualche battuta stupida o volgare,
di bere un pò di più per essere un pò più allegro.

Vi voglio bene ma sento di non cercare le stesse cose che cercate voi e
vedo il tutto come una sorta di "costrizione" un pò per tutti. E forse
mi sento diverso, solo, di una solitudine un poco triste e un poco che
mi porta a domandarmi che fare delle mie sere, non in astratto ma
concretamente. Che fare?

E alla fine vorrei dire che più persone mi hanno fatto notare che io a
volte non dico le cose che ho da dire. E’ vero. Però a me sembra che
nessuno parli, mai. Di nulla. Almeno con me intendo.

Ci sarebbero altre cose da dire ma, in fondo, che importa?

Cambiamenti II

In un certo senso prosegue
"Cambiamenti", intervento di Dicembre. Non c’è realtà, non c’è
concretezza. Insomma non ci sono gli aspetti vagamente decenti di
quell’intervento. Ci sono solo… bè in effetti non c’è nulla. Però,
sapete, bisogna pur scrivere, no?

Io rifiuto di ascoltare lo sguardo della gente, non riflette la
mia realtà. Cosa possono scorgere? Cosa capire, vittime delle proprie
esistenze. Del proprio rifiutare di scegliere. La paura della
solitudine, forse quella li ha trattenuti. Od un camino acceso. Una
compagna nel letto, aspettando che il tempo la sfiguri, senza rispetto
come fosse una puttana di nessun conto. Non si fanno differenze,
nessuno ricorda quello che hai provato. Il calore del tuo sangue
svanisce mentre invecchi. E dietro a questo io dovrei perdermi?
Nossignori. Scivolate via, sulla mia pelle. Non mi sfiorate, non
potete. Forse vorrei ma quello che ci separa è oltre ciò che le parole
possono ricucire. Non posso più essere raggiunto, nella mia isola di
silenzi e cattivi pensieri. Sapete che intendo? No. Ne’ io posso
chiedervelo. Di quaggiù ci si assorda di buio e di intenzioni, la
realtà delle azioni non ha mai incrociato queste contrade che io batto,
che io abito. La coscienza conosce solo ciò che perde. Lo sente. Il
ventre delle vostre case non potrebbe accogliermi, il ventre delle
vostre donne non potrebbe scaldarmi. E io di che posso nutrirmi se non
di ciò che neanche ho perso, neanche ho desiderato. Non ho conosciuto,
capito od inteso ciò che inseguivo recidendo le vene che mi legavano al
vostro mondo di solide certezze. Inadeguato a piangere per i crucci che
crocifiggono le vostre vite. Quelle croci di sciocchezze che voi
adorate e che erette una di fianco all’altra chiamate vita. Su quelle
croci non ci sono chiodi per me. Nessuno di essi è intenzionato a
lambire le mie carni, inchiodandomi, nell’attraversarmi, al mio
esistere. Permettendomi infine di rimpiangere il sangue che mi
abbandona dalla ferita. E’ un mare di nulla, creato dal mio spazzar via
i vostri idoli di imbecillità, quello che mi seppellisce.