Cambiamenti

Ho solo voglia di scrivere. Purtroppo i risultati sono
pessimi. questo potrebbe essere l’inizio di un racconto che, tanto per
cambiare, morirà qui. E’ un abbozzo, da correggere (si, forse sarebbe
meglio dire da cancellare).
Lenta. A dicembre la pioggia sembra cadere in modo diverso; i
percorsi delle singole gocce, il modo in cui si infrangono contro il
vetro della finestra: è tutto, per qualche strana ragione, differente.
E’ tutto così diverso rispetto ad un mese fa. Camminavo coi miei
pensieri in tasca, percorrevo una piccola stradina di un paese che era
poco più di un nome, un bar e un branco di ragazzi con la voglia di
andarsene. Camminavo senza chiedermi dove stessi andando (confidavo che
fosse la strada a saperlo), senza badare alla stanchezza, senza
desiderare di raggiungere nessun luogo. Mi lasciai alle spalle le
piccole case, l’intonaco dei muri squarciato dal tempo, le crepe a
testimoniare eventi dimenticati dagli uomini. Fissavo la terra,
osservavo i miei piedi superarsi l’un l’altro, senza scopo, senza
traguardi nè logiche conclusioni. Non badavo alle automobili che mi
sfrecciavano accanto, così vicine, alle persone che vi si trovavano
sopra poi, men che meno; cos’erano se non i volti di chi si stava
spostando da un lurido paesino ad un altro, intento in attività
insignificanti: andare a prendere il pane o i figli a scuola, qual’è
poi mai la differenza? Può forse un uomo di città perdersi dietro a
storie tanto insignificanti, particolari così piccoli da avere senso
solo nelle case strette attorno ai campanili di provincia. Non mi
riguardava così come non mi riguardava la pioggia che aveva iniziato a
cadere; spinta dal vento sferzava la mia schiena ma non per questo la
considerai degna della mia attenzione, non volevo dare alcuna
soddisfazione a quel luogo senza identità.

Montagne contro uomini

Ti sei mai inerpicato lungo la montagna, lentamente, affrontando la fatica di ogni passo fino ad arrivare ad un bivio? Là fra l’aria rarefatta, spiato dabbasso da paesini senza nome, ci si trova a dover scegliere lungo quale sentiero proseguire. Difficilmente si arriverà preperati ad una scelta simile: quanti avranno avuto il tempo di informarsi su cosa si possa incontrare lungo l’una o l’altra via? Chi conoscerà quale sia la strada meno aspra? Chi è in grado di valutare la difficoltà del percorso, con uno sguardo, se il sentiero timidamente si nasconde dietro una svolta e non si mostra al vostro sguardo inopportuno? Non troverete aiuto nè risposte nelle vostre guide, quando volgerete lo sguardo alle pagine di quel libricino ben conservato, mentre le volterete con cura badando a non rovinarle io mi sarò lanciato senza meta, oltre ogni meta. Le ginocchia sbucciate e il sapore di sangue che attanaglia la mia gola nella fatica, nel gesto della fuga. Il bivio mi inseguirà, cercherà le mie tracce instancabile. Io però sarò già oltre ogni decisione ed ogni rimpianto. Nessun pensiero a mordermi il calcagno.


Voce

Smetti di desiderare ed inizia a vivere, è una voce senza origine che sussurra nella mia mente; un tintinnio che continua a richiamare la mia attenzione. Ed io sono qui, seduto ad un tavolo in una cucina troppo vuota e troppo sporca senza di meglio da fare che ascoltare quella voce. E’ uno di quei momenti in cui non sono null’altro che un uomo con un bicchiere in mano. Doveri e timori mi aspettano oltre la porta che varcherò appena il mio senso del dovere tornerà a gridare più forte di quella voce. Forse riuscirò a strappare una sigaretta od un bicchiere ancora alla mia giornata, alla giornata che spenderò inseguendo un esercizio che non si lascia risolvere o chissà, forse riguardando un vecchio film. Nella stanza il tempo ha concesso una tregua, la calma scivola lungo i muri. Ed io qui ho il tempo di vedere per un attimo qualcosa oltre gli esami, il lavoro, i soldi o i sabato sera lentamente consumati al tavolo di un pub. Purtroppo nel fondo di un bicchiere non ci trovi le risposte ma al massimo ci anneghi le domande e così è come continuare a cercare di percorrere la grande prateria
cavalcando e frustando un cavallo morto. E’ una sensazione che provo spesso, quella di non riuscire ad avanzare al di là di ogni sforzo. Ogni ricerca sembra vana ma forse oggi ho ottenuto qualcosa, una piccola cosa che sono troppo cieco per apprezzare. E’ solo un attimo in cui riesco a scorgere me, riflesso in una bottiglia vuota, rinchiuso in isolamento in una
sporca cucina a parlare con una voce che mi ricorda, a fatica, chi sono.

Inizio di racconto che non terminerò mai

L’altro giorno, disteso sui cuscini verdi in cucina riflettevo sull’Universo e mi è venuta (ahimè!) l’ispirazione per un racconto/libro che chiamerei "Coscienza ultima". Ovviamente non lo scriverò mai ma se lo facessi l’inizio sarebbe questo:
 
All’ennesima birra segue inevitabilmente l’ennesima sigaretta. Si tratta solo di  indossare il giaccone, farsi strada verso l’uscita e fatto un passo fuori dalla porta estrarre l’ultima "bionda" dal pacchetto. E’ questo il momento migliore. Poi l’accendino svolge con sicurezza il suo compito e il fumo inizia la sua lenta opera di demolizione dei miei polmoni. Un paio di pensieri abbozzati accompagnano il consumarsi della sigaretta. Sta già assaporando il filtro quando il ragazzo che è appena giunto davanti al locale mi rivolge la parola: "Hai una sigaretta capo". No che non ho una sigaretta sarebbe una buona risposta ma non v’è traccia della dovuta cortesia, quella inculcatami da una buona educazione perciò quando rispondo le parole che pronuncio sono: "no, mi dispiace". Mi volto, il pensiero è già rivolto al ritorno al tavolo. In particolare alla biondina che ho osservato, con discrezione, per buona parte della serata. Il brusco richiamo e una mano che mi afferra una spalla: "allora, dammi cinque euro così me le compro", arriva inattesa la richiesta. Suona così illogica. Qualche attimo, la mia faccia sorpresa. Le parole non le trovo. Lo spintone che ricevo credo abbia lo scopo di aiutarmi a giungere ad una conclusione; alla svelta possibilmente. "No, scusa. Non ho nulla". Una lunga attesa e una risposta così poco soddisfacente causano una reazione scomposta. Un pugno colpisce il mio mento. E mi ritrovo a pensare che dovrei smettere di fumare mentre inebetito osservo la traiettoria, lentissimamente percorsa, che porta la sua mano chiusa verso di me.
 
E poi bisogna esercitarsi ogni tanto a scrivere giusto per il gusto di farlo, al di là dei penosi contenuti…

E la ruota ha fatto un altro giro

Domenica sera, altra settimana, altro giro, altro regalo. Radunare le proprie cose, fregare qualcosa dalla dispensa, una scatola di tonno e un pacco di pasta da infilare in mezzo ai vestiti. Salire in macchina, ravanare fra le cassette ed infilarne una di quelle vecchie, una massiccia dose di fruscii condisce i suoni originariamente impressi sul nastro.

Via verso una nuova settimana ma continuando a ripensare a quella "vecchia". Mau Mau e Cristina Donà accompagnano le prime riflessioni. La macchina si mangia la strada fra Buttiligera e Rivoli, io rimastico gli eventi, la serata di Sabato. Noia. E la Domenica, passata al calduccio. La ricerca di qualcosa che manca va avanti da sempre. Non ci si è divertiti: perchè? Per come? Dove abbiamo sbagliato? Ora i giovani non sanno neanche più fare i giovani? Le parole di Tatiana: "mia madre e i suoi amici si staranno divertendo come matti"…

E poi: Massimo Volume (un gruppo, ormai sciolto):

Poi le cose presero un’altra piega. Rigoni comprò a credito del materiale
rubato. Non pagò e non credo avesse intenzione di farlo.
Piombarono di
notte a casa i creditori, ubriachi fradici. Sfondarono la porta d’ingresso
a calci e lo massacrarono di botte.
Perse del sangue, l’uso della
mandibola per qualche giorno e per un paio di settimane la voglia di
vivere.
(E la nostra chi ce l’ha?)

Ma quell’estate era stata formidabile.
(Non sarà tutta colpa del fatto che è inverno?)

Eravamo al massimo della
forma.
(E già, da quant’è che non sono al massimo?)

Io e Leo avevamo portato a casa una cassa di champagne trovata in
qualche angolo durante lo sgombero di una cantina. Bottiglie già scadute
che andavano alla testa appena dopo due sorsi.
(L’alcool, quante belle serate mi ha dato)

Passavamo i pomeriggi in
cucina. Il sudore ci colava addosso. Rigoni teneva banco, le guance
infuocate.
(Solo amici riuniti attorno ad un tavolo. Perchè allora a noi non è sembrato abbastanza? Avevamo anche i voulevant, i cosi che non so come si scrivono)

Eravamo la cornice di un romanzo medievale: noi, gli eletti,
riuniti in una casa che cadeva a pezzi, immersi nel silenzio dei pomeriggi
d’agosto e fuori, fuori la peste.
(Fuori tutto il resto: ma noi siamo così uniti, ci conosciamo? Forse no, ma è proprio per questo che mi piace leggere i vostri blog. E’ una sorta di modo per stare assieme e conoscerci un pò)

Per una volta non volevo riflettere e dissezionare per capire (la curiosità, la fame di capire è l’essenza dell’ingegneria ;) le meccaniche del gruppo. Solo pensieri che accompagnano la canzone…

Bè in effetti questo intervento fa schifo però adesso mi metto come un cretino a giocare a Civilization. Ciao bestie!